Zulu, lo stallone che visse con le zebre: una storia vera dal Botswana

Nel cuore selvaggio del Botswana, tra le pianure del Tuli Block e le rive del Limpopo, si racconta ancora la storia di un cavallo fuori dal comune. Una storia nella quale realtà e leggenda finiscono quasi per confondersi e che ha come protagonista Zulu, uno stallone africano che per quattro anni visse libero nella savana, diventando il leader di un branco di zebre.

Per chi oggi visita il Botswana a cavallo, la vicenda di Zulu assume un fascino ancora maggiore perché si svolge proprio nella Mashatu Game Reserve, uno dei territori più spettacolari dell’Africa australe per un safari equestre.

Qui i cavalieri attraversano ancora oggi savane di mopane, letti di fiumi, zone umide e grandi spazi aperti abitati da elefanti, giraffe, zebre e antilopi. Ed è proprio in questo ambiente che, all’inizio del nuovo millennio, un cavallo domestico fu improvvisamente costretto a imparare a vivere come un animale selvatico.

Febbraio 2000: il Limpopo rompe gli argini

La storia di Zulu cambia per sempre nel febbraio del 2000.

Il ciclone tropicale Leon-Eline raggiunse le coste del Mozambico portando piogge eccezionali sull’Africa australe. Le conseguenze lungo il bacino del Limpopo furono devastanti: il fiume esondò, vaste aree vennero sommerse e le alluvioni interessarono non soltanto il Mozambico, ma anche Botswana, Sudafrica e Zimbabwe.

Anche la Mashatu Game Reserve venne coinvolta.

Secondo il racconto riportato nel libro Running Wild: The Story of Zulu, an African Stallion di David Bristow, nell’arco di circa quarantotto ore il Limpopo raggiunse livelli eccezionali. L’acqua avanzava verso le strutture della Limpopo Valley Horse Safaris, l’operatore che utilizzava Zulu e gli altri cavalli per accompagnare i viaggiatori nella savana.

La priorità divenne una sola: salvare i cavalli.

Con l’acqua che continuava a salire, il paddock venne aperto e gli animali furono lasciati liberi di cercare autonomamente un terreno più alto e sicuro.

Era probabilmente la loro migliore possibilità di sopravvivenza.

Nei giorni successivi, quando la situazione cominciò lentamente a migliorare, i cavalli tornarono o furono recuperati.

Tutti tranne uno.

Zulu era scomparso.

Una strana “zebra nera senza strisce”

Per qualche tempo venne cercato nella savana. Poi, con il passare delle settimane e dei mesi, diventò sempre più difficile pensare che un cavallo domestico potesse essere ancora vivo.

Mashatu non è certo un luogo facile nel quale sopravvivere da soli.

In questa parte del Botswana vivono grandi predatori e il territorio alterna zone aride, fiumi, bush fitto e vaste pianure. Un cavallo abituato all’uomo avrebbe dovuto imparare rapidamente dove trovare acqua, quali zone evitare e soprattutto come riconoscere pericoli completamente nuovi.

Eppure cominciarono a circolare racconti curiosi.

Gli abitanti della zona riferivano di avere visto tra le zebre un animale insolito. Qualcuno lo descriveva, in sostanza, come una grande zebra nera senza strisce.

Era Zulu.

Non soltanto era sopravvissuto: aveva trovato il modo di inserirsi in un branco di zebre selvatiche.

Quello che inizialmente poteva sembrare uno dei tanti racconti nati intorno al fuoco nella savana acquistò progressivamente consistenza. Quattro anni dopo la sua scomparsa, Zulu venne ritrovato vivo e, secondo le testimonianze raccolte sulla sua storia, era diventato addirittura lo stallone dominante di un gruppo di zebre.

Un cavallo che imparò a vivere come una zebra

È probabilmente questa la parte più affascinante della storia per chi conosce i cavalli.

Zulu era un cavallo domestico, abituato alla vita nelle scuderie e ai safari sotto la sella. Improvvisamente si trovò immerso in un ambiente in cui ogni decisione poteva fare la differenza tra sopravvivere e morire.

Per farcela dovette imparare qualcosa che per le zebre era naturale: il valore del branco.

In Africa vivere in gruppo significa aumentare enormemente la capacità di individuare un predatore. Mentre alcuni animali pascolano, altri osservano. Centinaia di occhi e orecchie possono accorgersi della presenza di un leone o di un altro pericolo molto prima di quanto potrebbe fare un animale isolato.

Zulu riuscì in qualche modo a entrare in quella struttura sociale e, con il tempo, a conquistarvi un ruolo dominante.

Secondo le ricostruzioni della sua vicenda, trascorse così circa quattro anni allo stato selvatico, muovendosi insieme alle zebre e affrontando gli stessi predatori, le stesse stagioni e la stessa ricerca quotidiana di acqua e cibo.

Per un cavallo nato e cresciuto accanto all’uomo è un adattamento straordinario.

Il ritorno di Zulu

Quando Zulu venne infine recuperato, quello che tornò alle scuderie non era più esattamente lo stesso cavallo che ne era fuggito quattro anni prima.

La vita nella savana gli aveva insegnato a leggere l’ambiente in maniera completamente diversa.

Dopo il suo ritorno venne descritto come un cavallo dotato di un’eccezionale capacità di percepire ciò che accadeva nel bush e particolarmente sensibile alla presenza dei predatori. Alcuni resoconti ricordano soprattutto la sua capacità di avvertire la presenza dei leopardi durante i safari.

È facile capire perché Zulu sia diventato una leggenda tra guide e cavalieri della regione.

La sua non era soltanto una storia di sopravvivenza. Era quasi un esperimento involontario sulla straordinaria capacità di adattamento del cavallo.

Tra storia vera e leggenda africana

Come accade spesso alle grandi storie raccontate oralmente, negli anni intorno a Zulu sono nate numerose versioni.

Lo stesso David Bristow, autore di Running Wild: The Story of Zulu, an African Stallion, pubblicato nel 2017, parte da un fatto reale ma riconosce quanto sia difficile separare completamente il cavallo storico dal mito costruito intorno a lui.

La storia è stata ricostruita attraverso racconti, testimonianze e frammenti provenienti da persone diverse. Alcuni dettagli appartengono quindi alla memoria collettiva del Tuli più che a una cronaca documentata giorno per giorno.

Ma il cuore della vicenda rimane straordinario: Zulu esistette realmente, scomparve durante le grandi inondazioni del 2000, trascorse anni libero nel bush e venne ritrovato alla guida di un branco di zebre.

Ed è forse proprio quell’incontro tra realtà e leggenda a rendere la sua storia così profondamente africana.

Mashatu: il Botswana visto dalla sella

Oggi è possibile attraversare gli stessi paesaggi di Zulu partecipando a un safari a cavallo nella Mashatu Game Reserve.

Mashatu si trova nel Northern Tuli Game Reserve, nell’estremo settore orientale del Botswana, vicino al punto in cui i fiumi Limpopo e Shashe si incontrano e dove Botswana, Sudafrica e Zimbabwe arrivano quasi a toccarsi. La riserva protegge circa 42.000 ettari di territorio caratterizzato da pianure aperte, savana, boschi fluviali, zone umide, colline rocciose e grandi formazioni di arenaria.

Per un cavaliere, però, Mashatu offre qualcosa di ancora più particolare.

Qui il safari non viene vissuto attraverso il finestrino di un fuoristrada, ma dalla sella di un cavallo.

Il ritmo cambia completamente. Non c’è il rumore continuo del motore e non c’è la separazione fisica creata dal veicolo. Si procede attraverso il bush seguendo sentieri, attraversando letti di fiumi e grandi pianure, mentre intorno possono comparire elefanti, giraffe, zebre, kudu, impala e numerose altre specie.

Gli attuali safari equestri di Mashatu sono destinati a cavalieri esperti e possono prevedere molte ore al giorno in sella, con lunghi canter controllati e spostamenti attraverso ambienti molto diversi. Uno degli itinerari mobili attraversa oltre 120 miglia di territorio nell’arco di una settimana.

È una delle forme più intense di safari a cavallo in Botswana: il cavallo non è semplicemente il mezzo con cui osservare la fauna, ma diventa parte dell’esperienza stessa.

Incontrare le zebre dalla sella

C’è un momento che, conoscendo la storia di Zulu, assume inevitabilmente un significato diverso.

Durante un safari a Mashatu è frequente incontrare gruppi di zebre.

Le si osserva da cavallo mentre pascolano, si spostano attraverso la pianura o improvvisamente alzano la testa verso qualcosa che hanno percepito nel bush.

Per un attimo è impossibile non pensare a quello stallone nero che, più di vent’anni fa, si trovò improvvisamente solo nello stesso territorio.

Forse fu proprio osservando quei branchi che Zulu comprese come sopravvivere.

Forse imparò quando muoversi, quando fermarsi, dove cercare l’acqua e quando fidarsi dell’allarme lanciato da un altro animale.

Non conosceremo mai esattamente tutti i dettagli dei suoi quattro anni nella savana.

Ma sappiamo che Zulu entrò nel bush come cavallo domestico e ne uscì quattro anni dopo profondamente trasformato dall’Africa.

Ed è difficile immaginare una storia migliore per raccontare cosa significhi davvero scoprire il Botswana a cavallo: entrare in un territorio nel quale il cavallo, l’uomo e la fauna selvatica condividono lo stesso spazio e nel quale, per qualche ora, anche noi possiamo osservare la savana dalla stessa prospettiva di Zulu.

 

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